Raccontare Karl Lagerfeld non è impresa da poco, specie nella frenesia delle notizie che si accavallano nelle già intensissime settimane della moda. Se ne va a pochi giorni dall’apertura della couture parigina, l’amata capitale che l’ha accolto per ben più della metà della sua lunga vita. Leggendario, iconico, ineguagliabile Karl. Non c’è aspetto della sua esistenza che non sia stato oggetto di volumi, quelli che lui amava collezionare, a migliaia, nella sua biblioteca privata, super fotografata.

La fotografia è sicuramente il mezzo per avvicinarsi all’estetica di un creativo la cui cifra lascia percepire una concezione del concetto del tempo di cui Lagerfeld sembrava padrone, assoggettandolo a uno stile che assimila tutti gli elementi essenziali della realtà. Sembra che Lagerfeld abbia afferrato il segreto dell’eterno all’interno di un’armonia di alta moda e low cost (la capsule per H&M, la linea di accessori Karl), in ogni caso, sessant’anni di creazioni riconoscibili con una sola occhiata.

La figura di Lagerfeld, in completo imperiale, impeccabile in bianco e nero, quasi bidimensionale, espressione di rigore, che infonde timore reverenziale, rivela al contrario una personalità irriverente ed ironica, specie nelle esternazioni e nei commenti alla stampa, sempre schiette e contrarie al pensiero comune. Un vero creativo come Alaia, scomparso poco più di un anno fa, o Saint Laurent, lo storico rivale, ha legato il suo nome in maniera immortale a Fendi (suo il celebre logo a doppia F invertita, vera fortuna della maison) e a Chanel di cui ha curato l’immagine collocandola saldamente nell’olimpo della moda. La sua ultima visione, La Plage, la messa in scena per la presentazione della primavera-estate 2019, sfilata che per la prima volta non lo vide apparire davanti al pubblico alla fine dello show, chiude una vita creativa che ha unito in passerella grande libertà e una sconfinata immaginazione.